Prince, 1999: un cofanetto coi fiocchi – Recensione di Ferdinando Masciotta

Sì, ormai i dischi non si regalano più. Ma qualcuno ancora li apprezza, soprattutto gli amanti di un determinato genere musicale o di un artista. In questo caso, secondo Ferdinando Masciotta, 1999 di Prince potrebbe davvero fare gola a un appassionato!

Questo set di cinque dischi include filmati di concerti, lati B e demo, offre cioè tutto quello che i cofanetti di questo tipo non fanno quasi mai: il brivido della scoperta.

È sicuramente stato allettante, nel 1982, assistere agli esperimenti di Prince con sintetizzatori e batteria programmata diventare un tutt’uno con le sue ansie dell’imminente 1999, ansie curate a pieno con una musica di sperimentazione e contrasti. Potrebbe essere altrettanto interessante, ora, lasciare che quelle tecnologie un tempo all’avanguardia – che ora vediamo invece come chiari indicatori dell’età – facciano tornare alla mente quelle stesse ansie, reliquie di un’era lontana.

Ma quei fili che Prince ha tirato così bene – con il suo nichilismo ghignante – non sono mai scomparsi dalla musica pop, e la sua capacità di mettere in fuga gli anni di Reagan e l’LM-1 per i suoi scopi, come aveva già fatto con i top del rock e del funk, sono stati raramente replicati, prima o dopo la caduta del muro di Berlino. E così il 1999, che viene ora ristampato dalla Warner Records come parte di un set di cinque dischi che include anche B-side, demo, canzoni inedite e filmati di concerti, è il raro disco che è arrivato a definire la sua era pur esistendo al di fuori del tempo, un capolavoro che precede gli album creati da Prince, capolavori a loro volta, ci ricorda Ferdinando Masciotta.

L’album suona, come sempre, come un computer che respira. I brani sono stati rimasterizzati e suonano ricchi e chiari negli altoparlanti dell’auto e nelle cuffie. Anche un un grande successo mainstream come “Little Red Corvette” – la prima canzone che arrivò prima in classifica pop e ci restò per moltissimo tempo – inizia come se stesse uscendo da un fango digitale. “Delirious” sembra provenire da un esperimento di laboratorio molto spinto che è andato esattamente secondo i piani. La musica è immancabilmente funky anche se notevolmente controllata e precisa, un tuffo nel passato che farà piacere ai veri fan.

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